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Tra l’agire e il fare…

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Tra l’agire e il fare potremmo dire tranquillamente che c’è di mezzo il mare…

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Al di là delle solite retoriche fatte di aforismi feisbucchiani , spesso postati ma privi di esperienza, in questa massima, si cela una bella verità che, personalmente ho sperimentato: l’importanza del momento che porta al passaggio dal pensiero all’azione. Solo l’agire rende fluido e plasmabile il nostro immediato presente. Il futuro altro non è che il perpetuarsi del momento presente, quindi se non cambia il presente non potrà mai cambiare il futuro.. (Hic et nunc, Qui ed ora)

La mancanza di un giusto equilibrio, tra la capacità di riflessione da una parte, e quella di saper passare all’azione dall’altra è il punto nevralgico del difficile mestiere di vivere di pavesiana memoria.

Ci sono persone che agiscono impulsivamente , ma ce ne sono altre che non smetterebbero mai di riflettere.

Spesso sono persone estremamente perfezioniste, altre volte sono semplicemente persone che hanno paura di sbagliare. … il timore è spesso necessario, evita di far commettere errori ma la paura è dannosa se blocca e congela il regno del pensiero, lontano dall’azione.

Il giusto equilibrio tra pensiero e volontà, tra analisi e azione è quindi l’elemento chiave per iniziare a raggiungere i propri obiettivi.

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C’è quindi, un momento, in cui alla fase di analisi bisogna dire basta per passare all’azione, anche se non si ha la certezza assoluta che il piano che si intende perseguire sia il migliore, poiché non c’è una ricetta universale. L’incertezza c’è sempre, almeno in parte. Si tratta di ridurla quanto è possibile, senza però che questo porti al non agire. Perché quando alla fine non si agisce si è quasi sempre schiavi della paura, invece che padroni del proprio pensiero.

Se non si passa all’azione non si avrà neppure modo di sperimentare, perché è la realtà che ci fornisce veri feedback, è dall’osservazione della realtà che si impara, più che da qualsiasi teoria pensata e mai praticata.

“Apprendere per tutta la vita, dalla vita stessa.” ( cit. R. Steiner )

Laura Danza


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5 motivi per cui il mare fa bene!

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Che il mare abbia un effetto benefico su di noi ci sembra abbastanza chiaro: quando siamo al suo cospetto ci sentiamo più rilassati, in pace con noi stessi.

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idee per inventarsi un lavoro

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Inventarsi un lavoro di sana pianta può essere un’esperienza estremamente positiva.

Questo momento storico particolarmente complesso ha sicuramente incentivato la nostra creatività

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Il Successo? Definisci prima quello che vuoi essere

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Corri, ti affanni e dai tutte le tue energie per inseguire il successo…

Ma realmente, sai bene a cosa hai collegato il concetto di successo?

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Come riallineare i comportamenti con i nostri veri valori

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La crisi economica e sociale che stiamo attraversando ci mostra che il sistema economico attuale non è più sostenibile, ma questa osservazione è utile farla in chiave positiva.

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La Crisi secondo un genio come Einstein

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Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni.

La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. L’unico pericolo della crisi è la tragedia che può conseguire al non voler lottare per superarla.

 

Albert Einstein

Questo e tanti altri aforismi puoi trovarli qui 

 

Un’ultima cosa…

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Il mio 6 può essere il tuo 9: pensare diverso per migliorare

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Il mio 6 è il tuo 9?: come il pensare in modo diverso può migliorare noi stessi e le nostre relazioni

La vita di tutti i giorni è sempre una fonte inesauribile di idee e suggerimenti… basta saperli cogliere: una vignetta pubblicata sulla mia pagina FB, un obiettivo di coaching trattato in sessione, una chiacchierata con un collega di lavoro mi hanno portato a scrivere in merito alle POSIZIONI PERCETTIVE, cioè come sia possibile “mettersi nei panni dell’altro” con l’obiettivo di guardare lo stesso argomento da diverse prospettive, altrui alla nostra.

E’ sicuramente difficile per l’essere umano, soprattutto sotto “effetto emotivo”, entrare nella prospettiva altrui e cercare di guardare con occhi che non vedono con i suoi stessi occhi, di sentire con orecchie che probabilmente recepiscono i suoni in un modo diverso, di accogliere ed eventualmente accettare un diverso pensiero o punto di vista. Spesso tendiamo a pensare che il nostro punto di vista sia unico ed indissolubile e che quello degli altri sia da “convertire”.

Poi abbandonati i panni da Dio sceso in terra a proclamare il verbo, ci rendiamo conto che il pensiero che l’altro stava tentando di comunicare, diversamente dal nostro,  tutto sommato  non era del tutto sbagliato e addirittura a tratti più interessante, e ci fermiamo a pensare che avremmo potuto guardare con altri occhi, a sentire con altre orecchie, ed accogliere piuttosto che allontanare o rifiutare.

Lo psiscologo Carl Rogers nel 1952 diceva che “la tendenza a giudicare gli altri è la più grande barriera, alla comunicazione e alla comprensione”. Ogni persona costruisce la propria prospettiva e punto di vista in base al proprio vissuto e background, mettersi nei panni dell’altro può diventare fonte di arricchimento personale e migliorare fortemente relazioni  apparentemente difficili o instabili.

il mio 6 il tuo 9

Esistono delle tecniche specifiche che trovano il loro fondamento nelle POSIZIONI PERCETTIVE, ovvero gli specifici ruoli che possono essere sperimentati oltre al proprio.

Vediamoli insieme:

  • Prima Posizione: se stessi.  In questa prospettiva, si è completamente assorbiti dal proprio punto di vista, dal proprio pensiero e linguisticamente, viene utilizzato il pronome “io” con verbi in prima persona singolare in quanto si guarda il mondo attraverso la propria mappa cognitiva.

 

  • Seconda posizione: l’altro. Si cerca di sperimentare il punto di vista del nostro interlocutore. Si tratta di un’attività difficile, dal momento che si cerca di assumere il punto di vista dell’altro e di guardare il mondo attraverso i suoi occhi. Occorre pertanto dissociarsi dagli stimoli che provengono dal proprio corpo e dalla propria mente e concentrarsi totalmente sull’altra persona: cosa potrebbe vedere, pensare, sentire, provare, diversamente da me, e farlo senza giudizio. Il pronome utilizzato è il “tu”.

 

  • Terza posizione: l’osservatore.  Questa particolare posizione viene sperimentata quando si incarna il punto di vista di una persona esterna, che osserva il fenomeno. Ci si domanda cosa entrambi gli interlocutori pensano, provano, sentono, vedono. Come se l’osservatore riprendesse la scena con una telecamera, separato da emozioni e sensazioni che accomunano le persone coinvolte nella situazione e anche qui libero dai suoi pregiudizi personali. Si utilizza il pronome “loro”.

 

  • Quarta posizione: il sistema.  E’ decisamente la più impegnativa perché rappresenta il punto di vista dell’intero sistema in cui gli interlocutori sono inseriti, una sorta di punto di vista del sistema “superiore” e al cui interno gli interlocutori dovrebbero interagire senza dimenticare il contesto in cui si trovano, le regole di questo, e come si muovono al suo interno. Il termine che si utilizza è il “noi”.

 

In conclusione stimolare lo spostamento tra le varie posizioni percettive, attraverso l’ausilio di  domande esterne al personale punto di vista o prospettiva,  significa mettersi nella condizione di sperimentare ciò che abitualmente non sperimentiamo e di accedere a nuove informazioni, possibili soluzioni e aspetti che se rimanessimo nella posizione percettiva preferita, non sarebbero disponibili.

Buona sperimentazione!

Valentina

Ora, però, è arrivato il momento di pensare a te!

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Hub Dot un’iniziativa per tutte le donne del mondo…e non solo !!!

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Questa volta, come idea di successo, desideriamo riportare la storia di Simona Barbieri, un’italiana che ha realizzato un nuovo modo di fare network …tutto al femminile

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Cambiamento: 3 suggerimenti per affrontarlo al meglio

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Il mondo del lavoro è in pieno cambiamento.

La managerialità moderna passa per nuovi valori, si declina con nuove azioni.

 Cambiamento appunto, una parola  molto ricorrente, da chi osannata, da chi auspicata, da chi temuta.

Sostantivo del verbo cambiare, dal latino tardo e di origine gallica, significa sostituire, modificare, trasformare, mutare, rendere diverso.

Vogliamo fare  di meglio e declinarla in : passaggio, evoluzione, rivelazione, manifestazione, rinnovamento..

 crescita

In ambito professionale, l’osservazione del cambiamento ci suggerisce un nuovo modello di manager che rispecchia l’antica origine del significato della parola: il termine deriva infatti dal latino, cum manu agere, ovvero prendere per mano. Quindi non più responsabili isolati e lontani. Non più gusci,titoli, etichette ormai vuote. Oggi siamo testimoni di un passaggio, ci stiamo liberando di vecchie credenze, è un momento da cogliere per darci nuove rotte di navigazione, per vivere nuove rivelazioni.

 

Ora possiamo dotarci del sogno, e della tenacia necessaria affinché esso si realizzi.

Come? Torniamo a porre l’uomo al centro del rinnovamento e proponiamoci di fondere, in un unico approccio strutturato, l’attenzione non solo agli strumenti ma anche alle persone.

Oggi i ruoli e le carriere cambiano, si evolvono i punti di vista, le esperienze devono essere circolari, il sapere condiviso.

Saremo noi a portare il risultato da noi stessi atteso, operando in un clima di condivisione delle competenze.

Facendo un passo alla volta, con la  consapevolezza che ci viene dall’osservazione del contesto e del nostro rapportarci con esso.

 

Tre suggerimenti per affrontare il “tuo cambiamento” :

  •  Ampliamo e diversifichiamo i nostri interessi.
  • Facciamoci il maggior numero di domande, non diamo nulla per scontato.
  • Facciamo continui ponti tra esperienze diverse. (il pensiero che congiunge al posto del pensiero che separa)

Buon cambiamento

Laura 

 

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I segreti per una comunicazione consapevole e “non violenta”

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C’era una volta un orso di nome Bob, animoso, pieno di rabbia, conosciuto per essere aggressivo e violento nel relazionarsi con gli altri animali della foresta. A Bob  questo non interessava, per lui era importante dare sfogo alle sue emozioni, anche le più negative e fare quello che voleva senza interessarsi delle reazioni altrui.  Un giorno  Bob, pronto ad attaccare una preda quasi certa, fu interrotto dalla Giraffa Betty  che da poco si era insediata nel territorio ma che aveva molto sentito parlare di lui e voleva fare di tutto per aiutarlo. Betty gli fece una semplice, ma potente domanda: “ sai che cosa è la comunicazione non violenta?”, Bob rimase senza parole e chiese maggiori spiegazioni. “La comunicazione non violenta – continuò Betty – è quella forma di comunicazione che consiste nel DARE DAL CUORE!

Bob rimase perplesso da questa esclamazione e curiosamente chiese a Betty di raccontarle il vero significato , così come io faro con voi.

Betty con la frase “Dare dal cuore” si riferiva ad una comunicazione guidata dal rispetto, dalla comprensione, dall’amore, dall’empatia, dall’interessamento verso gli altri anziché dettata da egoismo, pregiudizio, rabbia, sospetto.

Lo psicologo Marshall B. Rosenberg, ci ha lasciato tra le sue eredità, un interessantissimo libro dal titolo Le parole sono finestre (oppure muri), nel quale egli sottolinea come l’importanza del linguaggio e l’uso delle parole siano fondamentali per un corretto scambio comunicativo. Rosenberg ci guida nel ripensare il modo con cui esprimiamo noi stessi ed ascoltiamo gli altri. Il linguaggio che utilizziamo diventa  quindi “consapevole” perché basato su risposte coscienti di ciò che siamo, sentiamo, vogliamo e percepiamo e non  dettato da agiti o reazioni automatiche.

comunicazione consapevoleIl risultato di questa consapevolezza porta di conseguenza ad un miglioramento delle reazioni con gli altri, con il partner, i figli, grazie al fatto che impariamo a comunicare senza criticare, attaccare, insultare  o sentirci “etichettati” e pertanto senza entrare in conflitto.

In pratica, come possiamo trasformare la nostra comunicazione violenta, critica e giudicante, in una comunicazione non violenta, di rispetto, di ascolto attivo e di comprensione? Marshall B. Rosenberg identifica un vero e proprio protocollo di comunicazione composto da 4 fasi (gli esempi sono riportati dal libro ““Le parole sono finestre [oppure muri]”):

  1. Osservare i fatti in modo oggettivo, cioè analizzarli per quello che sono e descriverli il più precisamente possibile per cosa li ha fatti scatenare, per come si sono manifestati, e farlo liberi da valutazioni, giudizi, sensi di colpa o affidamento di responsabilità altrui. Insomma esprimere esattamente quello che è successo come se ti guardassi dall’esterno senza alcuna forma di interpretazione. Ad esempio:
COMUNICARE “CON VALUTAZIONE” COMUNICARE “CON OSSERVAZIONE”
Raramente fai quello che voglio Le ultime 3 volte che ho proposto un attività tu hai detto che non volevi farla
Paolo è molto scadente come giocatore di calcio Paolo non ha segnato un gol in 20 partite

 

  1. Una volta esplicitati i fatti in modo oggettivo, descrivere le emozioni che questi hanno provocato, quali sono gli stati d’animo lasciati da quanto successo e anche qui, raccontarli senza paura, ma lasciarli fluire nella loro più totale purezza, distinguendo (ATTENZIONE!) quello che sento da quello che penso!. Ad es. “Mi sento incapace come chitarrista”, che riguarda un pensiero in merito ad una propria incapacità dovrebbe trasformarsi con “Mi sento insoddisfatto come chitarrista”, oppure “Mi sento frustrato come chitarrista”. Altrettanti esempi di frasi che esprimono le proprie emozioni possono essere “ Sono commosso, curioso, agitato, arrabbiato, ecc”.

 

  1. Esprimere a me stesso il mio bisogno di base, cioè quale è il reale bisogno o necessità nascosti dietro alla mia comunicazione non efficace? In poche parole che cosa voglio dall’altra persona che non riesco a chiedere correttamente e libera da pregiudizi o critiche? Ad es. dire “Quando non sei venuto mi è dispiaciuto, perché avrei voluto parlarti di alcune cose che mi turbavano” è molto diverso dal dire “mi hai dato un dispiacere quando ieri sera non ti sei fatto vedere”. Nel primo caso sto apertamente ammettendo il motivo per cui sono dispiaciuto, nel secondo sto dando la colpa ad un’altra persona in merito ad un mio bisogno personale.

 

  1. Una volta capita la reale esigenza nascosta, dichiararla apertamente, facendo letteralmente una richiesta all’altra persona, cioè esprimendo cosa vorrei e come lo vorrei dall’altra persona e che non sto ricevendo, e verificare se l’altra è disposta ad accettarla e a metterla in pratica. In che modo? Semplicemente chiedendoglielo! Ad. Es. “Saresti disposto a comportarti in questo modo?”

Concludo sottolineando l’importanza del cambiamento nel modo di comunicare perché cambiare noi stessi attraverso un nuovo linguaggio, alla luce di nuove consapevolezze, è un primo passo importante per creare quindi un mondo dove dare e ricevere  empatia, perché abbiamo bisogno di empatia per poter dare empatia!

Valentina

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